ORAZIO MALASPINA, detto CELIO MALESPINI (1531-1609), AVVENTURIERO E LETTERATO

Personnaggio tanto romantico, Orazio Malaspina detto Celio Malespini fu successivamente soldato, avventuriero, editore, traduttore ed autore. Sarebbe nato a Venezia nel 1531 da Francesco Malaspina, figlio di Galeazzo Malaspina, dal ramo di Santo Stefano d’Aveto dei Marchesi di Mulazzo.

All’inizio del Cinquecento, Galeazzo, poco fortunato, si era sistemato a Pavia dove ancora viveva nel 1545. Francesco, suo figlio, errato da Venezia fino a Milano, poi Genova dove sposa Moisetta Imperiali, finisce col stabilirsi a Verona.

Orazio « Celio » nasce durante un soggiorno dei suoi genitori nella Serenissima. Corrispose regolarmente son suo fratello, Scipione Malaspina, che potrebbe essere identificato con l’artista – architetto omonimo, in carica alla fine del Cinquecento di ricostruire l’altare maggiore della cattedrale di Pisa. Si sa poco della gioventù d’Orazio solo quale ne dice in Duecento Novelle, nelle quali dichiara aver ricevuto un’educazione di Gentiluomo « nelle lettere e nelle armi ».

Fatto il soldato nell’esercito spagnolo durante la guerra delle Flandres accanto ad Alessandro Farnese, sta al servizio di Filippo II nel 1559-1560, stavolta alla corte del Ducato di Milano nel quale occupa un posto sconosciuto ancora ora.  

 

Nel 1561, è chiamato a Mantova dall’amico sculttore Leone Leoni affinché lo assista nella preparazione delle splendide festività dellle nozze del Duca Guglielmo.

 

 

Opera di Leone Leoni: busto dell’Imperatore Carlo V (Museo del Prado)

Tornato a Milano, Orazio, dimenticato dai governatori spagnoli e obbligato di nutrire i suoi tre figli, si butta allora in una carriera di falsificatore di lettere e cedole. I suoi talenti lo portano in Savoia dove, nel 1564, si presenta davanti al Ricevutore Generale del tesoro imperiale come il « Conte di Pompei » e, con una falsa ordinanza imperiale, richiama seimila ecu d’oro prevalendosi d’una missione segreta al servizio  dell’imperatore. 

Smascherato dal Cardinale di Granvelle, che, esaminata la lettera, si accorge che è falsa, Orazio gli avrebbe risposto : «  Sia ! Poiché secondo Sua Eccellenza si tratta d’un falso documento, lo rimetta A Sua Maesta Imperiale che la cambierà con un vero » 

 

 

Finalmente confuso dal Cardinale, Orazio confessa le sue fregature di prima, di cui ne sono presto informati il Ministro ed i magistrati milanesi. Sui consigli di Granvelle, Orazio sta in prigione per trarre profitto dai suioi talenti di falsario. 

Evaso o solo rilasciato nel 1570, riapparisce nel 1571 a Firenze sotto il nome di Celio, e entra al servizio del Gran Duca Francesco de’ Medici, ufficialmente in qualità di segretario. 

In realtà, Francesco de’ Medici usa dei suoi numerosi talenti : oltre all’esercizio delle sue qualità di falsario, Orazio/Celio organizza delle feste originali sontuose per l’amante del Gran Duca, Bianca Cappello. Nel 1576, dopo un’altra affare di falso, deve fuggire da Firenze a Venezia.  Tornato nella sua città natale, propone al Doge ed al Consiglio dei Dieci di mettere a disposizione i suoi talenti di falsario, con il vantare i vantaggi politici di tale pratica. Apparentement fu senza successo.

 

 

Francesco de’ Medici e Bianca Cappello

Cambiando allora mestiere, diventa l’editore d’un manoscritto incompleto della « Gerusalemme liberata » del Tasso, di cui ne aveva ricuperato una copia a Firenze dal Gran Duca e per la quale ne fa la prima edizione nel 1580 sotto il titolo di Goffredo, evidentemente senz’avere la permissione del Tasso che gli giura odio eterno.

L’anno dopo, che vede un’edizione « autorizzata » completa dei venti canti, Celio fa una nuova edizione dell’opera con i sei canti mancanti. Edizione seguita da due altre stampe lanciate nel 1582 e 1583, che hanno un notevole successo, sempre con il titolo deciso da Malaspina. 

Torquato Tasso

Confortato nella sua carriera letteraria veneziana, « Celio Malespini » pubblica nel 1591 una traduzione del Giardino dei Fiori strani, dal colto spagnolo Antonio Torquemada, una somma enciclopedica eteroclite di conoscenze filosofiche, teologiche e geografiche, con una spiccata predilezione per la teratologia : ci si evoca per esempio un uomo con due teste, con l’una uscita dallo stomaco e mostrata come retribuzione.  

 

Nel 1591, ritroviamo Orazio/Celio al servizio del Duca di Mantova, Vincenzo Gonzaga. Verosimilmente appoggiato, addirittura incaricato, dagli Spagnoli, il nostro Malaspina spinge il Duca a richiamare all’imperatore Ferdinando 1° la successione del Gran Duca di Toscana, morto avvelenato nel 1587. E’ assistito da Fra Maranta, un dominicano che aveva servito  Francesco de’ Medici in qualità d’alchimista, di necromante e di « maestro in Cabala », e che aveva dovuto lasciare Firenze dopo la falsificazione del testamento di Bianca Cappello.

 

 

Vincenzo Gonzaga, Duca di Mantova

Il progetto è fallito e Orazio, caduto in disgrazia, si affonda sempre più nella povertà. 

Nel 1609, pubblica una raccolta di novelle, Ducento Novelle, tratte da diverse fonti, particolarmente spagnole e francesi. (le Cento Novelle, opera del Quattrocento) : qui, mischia con crudezza i suoi ricordi personali : la vita mondana della Firenze ducale, Venezia colpita dalla peste del 1576, cosicché le molteplici companie di Giochi e accademie galanti che fiorivano nell’Italia dell’epoca... 

L’opera ottiene un successo considerabile in Europa, e suscita numerosi pasticci. Ben più tardi, un’operetta neerlandese in un atto, « Un topo nella trappola » (Eene Rat in de Val),  sarà il testimonio di quest’impatto : una giovane, (Felicità), destinata contro la sua volontà ad uno studente (Edward), trova la soluzione alle sue difficoltà usando uno stratagemma preso in « un conto del malizioso Celio Malespini » per allontanare lo sgradito.

 

Orazio « Celio » Malaspina non approffiterà del successo della sua opera : muore qualche mese appena dopo la sua pubblicazione. Quell’avventuriero polivalente, emblematico dello spirito del suo secolo, avrà pero segnato la letteratura italiana a vari titoli e rimane uno dei personnaggi più cari dell’illustre famiglia.